PHOENIX, LIVE IN GLASGOW! MA CHE KICK-ASS FRENCH-BAND

Da il 11 febbraio, 2014

Con questo articolo inizio il mio “britiphoenix-band-01sh tour“, ovvero, detto schiettamente, ho deciso di spendere tutti i miei quattrini in concerti.

Ieri, I Phoenix hanno suonato al Barrowland di Glasgow.

Quella di andarli a vedere è stata una decisione precipitosa, presa all’ultimo minuto, dubbiosa se investire poco più di 17 pound in questo concerto, non avendo ancora ascoltato l’ultimo loro album. Ma, pensando e ripensando a quanto mi piacesse ‘Wolfgang Amadeus Phoenix’, mi sono persuasa.
Così, comprato il biglietto, preparato il mio ipod, messo taccuino e un libro in borsa, ero pronta a partire. Edimburgo-Glasglow in autobus è poco meno di mezz’ora, e viaggiare da soli è splendido. Arrivata, mi sono fermata in un pub per una birretta veloce, constatando felicemente che i prezzi sono molto più economici di Edimburgo. Ma parliamo del concerto.

Appena entrata nel locale, mi sono ricordata che è lo stesso luogo in cui (circa due anni fa) ho visto gli Orchids e I Drums. Il gruppo di apertura faceva letteralmente cagare, non so il loro nome e non voglio saperlo. Erano dei ragazzini che facevano indie, nella sua accezione negativa di crap, shit, merda, chiamalo come vuoi. Nessuno se li è filati di pezza più di tanto, eccetto alcuni adolescenti (ebbene sì, mentre in Italia i ragazzini si vanno a vedere Dente – con tutto il rispetto per Dente, che a me piace pure tanto – qui si vedono band che da noi vengono – se va bene – una volta all’anno!).

I Phoenix hanno iniziato intorno alle nove, e hanno suonato per qualcosa meno di un’ora e mezza. Il mio primo pensiero quando sono saliti sul palco è stato: ma quanto siete bassi? Il cantante è mingherlino, che se lo incontrassi per strada non lo scambierei mai per un frontman di un gruppo famoso, il bassista ha atteggiamenti da frocetto francese, il chitarrista con gli occhiali alla Woody Allen è l’esemplare per eccellenza dell’indie-poser, sul batterista non ho commenti negativi, colpisce duro, e l’altro chitarrista, Christian Mazzalai, è un figo della madonna nella sua non-figaggine. Pantaloni di pelle aderenti, camicia nei pantaloni, giubbino jeans anni ’70, capelli da ‘mi sono appena svegliato’ e non li lavo da qualche giorno, bocca costantemente aperta che ogni tanto si trasforma in un sorriso. Mi ha ipnotizzato lungo tutta la durata del concerto.

La band transalpina si è rivelata molto di più del solito tedioso indie, hanno letteralmente spaccato i culi, con i loro synth altissimi, vedi alla voce Bankrupt!. Hanno aperto con la prima canzone del nuovo album “Entertainment”, tutti conoscevano le parole, eccetto me. A quanto pare, questo gruppo francese piace molto in terra britannica. Poi l’ordine delle canzoni non lo ricordo, ma hanno suonato tutto l’ultimo cd (bello, bellissimo, se non l’hai ascoltato ascoltalo), e un po’ di pezzi vecchi come Listzomania, Love like a sunset, If I ever feel better, Lasso, Long distance call, Consprizes... e la gente, me compresa, ha ballato come se morsa dalla Tarantola.

Dopo una breve pausa di qualche minuto, senza che nessuno avesse gridato “bis bis” (cosa che invece accade sempre in Italia),

Thomas e Christian hanno fatto un pezzo in acustico,

ddde poi per chiudere con il botto la band si è dimenata in S.O.S in bel Air.

All’uscita del concerto, mi sono imbattuta in due signore di cinquant’anni e, sorridendo tra me e me, mi sono rivista in loro tra un paio di decenni e mezzo.

Stamattina mi sono svegliata con Bankrupt! nella testa: credo proprio che non andrà via per un paio di settimane.

(nella foto, Annalisa in autobus da Edimburgo a Glasgow per il concerto).

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